"IL RAGAZZO DI CANNAREGGIO"
Ci sono storie che ti entrano dentro lasciandoti un solco di impareggiabile tristezza. Altre che ti fanno esplodere un senso di profondissima rabbia.
Ma succede anche, in modo straordinario, che una storia, queste sensazioni, le racchiuda entrambe. Sopratutto quando, ti trovi ad entrare nella traccia di una vita che avrebbe potuto essere grande ma che, invece, si é bruciata in un battito d’ali, scivolando via nell’oblio.
Una vita che, per questi motivi, amo fortemente ricordare e raccontare.
Questa è la vita di Michele Rogliani, il ragazzo di Cannareggio.
Se non fosse vera non ci si crederebbe. Se non fosse vera, questa storia, probabilmente qualcuno l’avrebbe scritta e romanzata. Invece la verità dei fatti è talmente reale che nemmeno il passare degli anni ha affievolito il peso del ricordo di una vita tanto assurda, inverosimile e folle come quella di Michele Rogliani. Una di quelle vite che solo gente carica di uno straordinario talento può lasciare in dote, tanto veloce e fugace da essere spazzata via come una foglia travolta dalla Bora.
Michele Rogliani nasce il 3 Giugno del 1961 a Cannareggio, in una splendida Venezia ancora “oligarchica” e cinematografica. È la Venezia dei Veneziani veri e non dei “forestieri” arrivati dal continente per i “skei”; la Venezia ancora pervasa dagli antichi profumi dei piatti di pesce cucinati dalle sapienti mani femminili; quella Venezia tratteggiata da poeti e pittori piena di quella meravigliosa vetusta magia che solo una capitale nata dalla fusione di oriente e occidente può dare. Un’epoca che si è dissolta proprio negli anni ‘70 con la diaspora dei veneziani in terraferma, plagiati da spot governativi verso la spasmodica ricerca del posto fisso al Petrolchimico, ai Cantieri Navali o nelle crescenti aziende della terraferma. Michele cresce spensierato in una famiglia numerosa, con altri cinque fratelli ed i genitori impegnati in un’attività nel settore arredamento che ancora oggi va avanti grazie alla sorella Virginia.
Il ragazzo inizia subito a manifestare la sua passione per il calcio, rompendo chissà quante finestre in partitine infuocate tra il Campiello de la Colombina e la Calle Cendón. I vicini di casa avranno tirato un sospiro di sollievo quando, a 9 anni, viene tesserato dal Canossa, storica società veneziana.
Il suo talento è cristallino e l’impressione è che lui non giochi a calcio ma danzi leggero e felpato sul rettangolo verde, saltando gli avversari come birilli con la palla sempre incollata al piede. È un attaccante esterno, atipico per l’epoca. Un giocatore moderno, rapido e con un grande senso del goal. Non passa un anno che la Mestrina se lo viene a prendere. Troppo facile. La società nero-arancio riesce a trattenerselo un paio d’anni prima di lasciarlo partire verso il più blasonato Padova. Con i biancoscudati, Michele comincia con la squadra Allievi nel 1976 e poi, sedicenne, nella stagione ‘78-‘79 viene aggregato alla Primavera.
Il nome di Rogliani inizia a girare tra gli addetti ai lavori che gli pronosticano un futuro da campione. Tanto è bravo che inizia ad assaporare subito anche l’aria della prima squadra, all’epoca in serie C1. Mister Gino Pivatelli (poi direttore sportivo del Lanerossi nella stagione 1981-82) lo fa debuttare nel match Spezia-Padova (1-1), e, a fine stagione, totalizzerà 3 presenze che non serviranno ad evitare gli abissi della serie C2. La storia vuole che, in quel periodo, il patrón del Padova Calcio sia Giussy Farina e Presidente il vicentino Pastorello. Proprio alla fine di quella stagione, Farina decide di tenersi solo la proprietà del Lanerossi Vicenza, cedendo definitivamente il Padova ad Ivo Antonino Pilotto. Nell’affare, Farina, da vecchio e consumato volpone, si porta a Vicenza 4 giocatori: Carletto Perrone, Andrea Manzo, Dario Sanguin e Michele Rogliani, utili al d.s. Tito Corsi per ricostruire il nuovo Lanerossi Vicenza che riparte dalla Serie B con Renzo Ulivieri in panchina. Già. Perché siamo nella stagione 1979-80 e la delusione tra i tifosi biancorossi é endemica e palpabile. Da poche settimane, infatti, i vicentini avevano vissuto il loro peggior dramma sportivo dalla fondazione Lanerossi nel 1902, con l’inspiegabile ed incredibile retrocessione del "Real Vicenza" di Gibì Fabbri e Pablito Rossi, dopo i fasti del secondo posto del '77-'78 e la fresca disputa della Coppa UEFA (eliminazione immeritata per mano del Dukla Praga). Con Rossi ceduto al Perugia, Corsi ed Ulivieri, per tornare subito in A, si affidano ad un mix di esperienza e gioventù con qualche eroico superstite di epiche battaglie come Marangon e Rosi; con qualche protagonista e comprimario dell'ultima disgraziata stagione in A vedi Miani, Bombardi, Mocellin, il portiere Bianchi e Nik Zanone; con nuovi innesti d'esperienza quali Galasso dall'Avellino, Gelli dalla Ternana, Redeghieri e Cacciatori dal Perugia; con i ritorni in biancorosso di Sandreani dal Genoa, Bottaro dalla Cavese, Maruzzo dal Piacenza, del “vecchio” Nello Santin dal Torino e del portiere Zamparo dal Trento; con qualche “promessa” mandata a farsi le ossa in B come Beppe Erba pure lui dal Torino o Ravot dal Cagliari; con i 4 ex-padovani ed un manipolo di giovani di belle speranze del vivaio (Renica, Cocco, Frinzi, Dal Prá) da mandare in campo in caso di necessità.
Farina, sopratutto con l’acquisto di Rogliani, aveva lavorato un po’ d’astuzia ed un po’ di psicologia sui tifosi vicentini. Nel senso che troppo fresco era il ricordo di Pablito e tanta la voglia di farsi perdonare per la retrocessione in B, che tenta di far passare Rogliani come il nuovo Rossi. Un po’ per calmare gli animi, un po’ per animare la campagna abbonamenti e ricreare entusiasmo intorno alla squadra ed alla società. Giussy aveva in mente una coppia esplosiva con Zanone: potenza, estro e tecnica fuse insieme per scaldare nuovamente la piazza.
Nel Luglio 1979, Michele parte con i compagni per il ritiro pre-campionato di Asiago e debutta ufficialmente in maglia biancorossa nel match di Coppa Italia al Menti contro il Taranto (0-1) del 22 Agosto 1979, entrando in campo al 79’ per Nik Zanone. Pochi minuti per rompere il ghiaccio. Michele è un po’ in ritardo di condizione e Ulivieri decide “prestare” Rogliani alla squadra Primavera di Gesualdo Albanese, per giocare con continuità e trovare la miglior forma. Con i suoi coetanei Rogliani è un extraterrestre, cominciando a segnare subito goal a grappoli. Ulivieri, nel frattempo, ha trovato un discreto assetto offensivo con Zanone punto fermo e l’alternanza tra Mocellin e Maruzzo nel ruolo di seconda punta rapida a sostegno. Nel girone d’andata, il Vicenza gioca il miglior calcio della serie cadetta e si posiziona stabilmente nelle zone alte della classifica in piena lotta per tornare in A.
Difficile, quindi, per Ulivieri inserire un ragazzino di 17 anni, rischiando di minare gli equilibri della squadra e di bruciarlo anzi tempo. Rogliani assapora l’aria della serie B per la prima volta il 21 Ottobre 1979, 6° giornata di andata, in quel di Ferrara. Il Lane strapazza la SPAL per 3 a 0 con goal di Erba, Redeghieri e Maruzzo. Rogliani non sveste la tuta e dovrà aspettare ancora qualche mese per debuttare in Serie B.
Il saggio di San Miniato sa che bisogna solo attendere e lo spiega al ragazzo. Con pazienza sarebbe arrivato anche il suo turno. Poco male, poi, perché Rogliani continua a fare faville con la Primavera.
L’inizio del 1980, intanto, porta qualche risultato negativo per il Vicenza che scivola ai margini della zona promozione. Molti infortuni e qualche squalifica fanno si che Ulivieri decida di gettare finalmente nella mischia il golden boy di Cannareggio. Il debutto in B avvenne in un freddo e piovoso pomeriggio di fine inverno, a Pistoia. É il 16 Marzo 1980. Michele sveste la tuta al minuto 85’ di Pistoiese - L.R. Vicenza ed entra in campo per sostituire Beppe Erba. Troppo tardi, però. Pochi minuti senza incidere in un ambiente ostile, surriscaldato dal pubblico sugli spalti e dal pessimo arbitraggio di Prati di Roma: 3-2 per i toscani e strada per la A sempre più in salita. Nonostante l'immeritata sconfitta, Rogliani torna ad assaporare l'aria della Serie B anche la domenica successiva, nuovamente in terra toscana, questa volta con il Lane in cerca di un pronto riscatto all'Arena Garibaldi di Pisa. Il ragazzo entra in gioco al 65' per sostituire l'esperto “comunista” Ezio Galasso. Il Vicenza é già sotto di 3 reti e Rogliani non riesce a lasciare il segno in una partita decisa dalle funamboliche giocate del terribile rosso Odoacre Chierico, futuro campione d’Italia con la Roma di Liedholm.
Quella di Pisa fu, in assoluto, l'ultima gara ufficiale di Rogliani con la maglia biancorossa. Nonostante mancasse ancora metà girone di ritorno per terminare la stagione, il ritorno di tutti i titolari e una nuova serie di risultati positivi fecero si che Ulivieri puntasse sul gruppo dei giocatori più esperti. La serie A scappò via al Lanerossi per un paio di punti: furono Brescia, Pistoiese e Como a festeggiare. Rogliani a fine stagione si laureò capocannoniere del campionato Primavera con 17 reti.
La stagione 1980-81 che avrebbe dovuto consacrare Rogliani, comincia invece nel caos: l’addio del d.s. Tito Corsi (sostituto da Gastone Rizzato) e la fuga del nuovo mister Orrico che lascia Vicenza per contrasti inapianabili con il presidente Farina riguardo le cessioni di Marangon al Napoli e Manzo alla Fiorentina. Orrico viene sostituito da Savoini prima e da Viciani poi. Farina nel Gennaio 1981 lascia la barca che affonda al figlio Francesco e sparisce nella sua tenuta in Sud Africa. Rogliani vive una stagione drammatica ai margini della prima squadra e non viene mai preso in considerazione né mai convocato per alcun match da Viciani. Per Michele, questo improvviso stop alla sua carriera, è probabilmente una botta troppo forte da assorbire che scardina le sue certezze e le sue sicurezze. Il suo carattere introverso fa si che il ragazzo cominci ad isolarsi, mettendo il calcio in disparte a favore di pericolose amicizie. In quella nera stagione, Vicenza è un porto di mare per il viavai estivo ed autunnale. Alla fine arriva la retrocessione in C1 per un punto di differenza con la Spal.
Usciti di scena i Farina, con la rifondazione societaria, Rogliani viene dirottato verso il prestito a Casale Monferrato in Serie C2 dove, nei piani tecnici, avrebbe avuto modo di giocare con continuità e farsi le ossa. In Piemonte, Rogliani non riesce però ad ambientarsi e disputa solo 2 match (con 1 rete all’attivo) prima di fare ritorno al Vicenza in Ottobre.
È il Vicenza di mister Cadé con i vari Nicolini, Perrone, Mazzeni, Del Neri, Grop, Erba e Corallo, proteso alla ricerca dell’immediato ritorno in B. Che sfuma alla fine solo per un punto a favore del Monza. Per Michele nessuno spazio e tanta tribuna fino fine stagione. È proprio lì che, a causa di quelle amicizie sbagliate, Michele inizia ad imboccare pesantemente la strada della droga. Comincia velocemente a cambiare in negativo la sua vita. Il calcio perde ogni giorno inesorabilmente sempre più di importanza e la cocaina diventa la vera protagonista delle sue giornate. Il declino è rapido quanto drammatico: il Vicenza lo manda in C2 a Monselice (1982-83) dove Michele disputa la sua ultima stagione da professionista con 26 presenze e 2 reti, senza riuscire a salvare la squadra padovana dalla retrocessione in Interregionale. In quel periodo avviene l’ulteriore salto nel vuoto: dalla coca all’eroina. Per Michele non c’è più luce in fondo al tunnel ma solo il buio di una fredda notte invernale.
Nella stagione 1983-84, prova a scendere ancora di categoria per giocare nella Miranese in Promozione. Ma è un fantasma e la droga sta devastando il suo fisico al pari della sua psiche, tanto da non permettergli di reggere nemmeno i ritmi di allenamenti e partite dilettantistiche. Nel 1984-85 si ritrova in Seconda Categoria nel Club Vigna di Venezia dove però gioca solo per qualche mese fino all’inizio del periodo invernale.
Proprio a Mirano, Michele inizia in modo convinto e convincente il percorso di disintossicazione presso la struttura ospedaliera locale. La famiglia fa quadrato intorno a lui, condividendo la decisione di completare in primavera il percorso di recupero in una comunità. Tanta è tornata ad essere la sua forza di volontà che per superare le crisi di astinenza, arriva a farsi incatenare dal padre al termosifone della sua stanza. La primavera, però, non arriverà mai perché la sera del 27 Febbraio 1985 il destino decide di passare per la Calle San Giobbe proprio al civico 465. Michele, incatenato al termosifone, si addormenta dopo aver fumato l’ultima sigaretta. Senza accorgersene, il mozzicone acceso scivola sul materasso scatenando l’inferno. L’incendio è pressoché immediato. Michele si risveglia subito, ma è avvolto dalle fiamme. Non bastano le urla di disperazione del ragazzo che sono scambiate inizialmente dai familiari per i soliti lamenti da crisi d’astinenza. Solo quando il fumo inizia ad uscire dalla stanza invadendo la sala, i genitori ed i fratelli si accorgono della drammatica situazione. I Vigili del Fuoco, allertati, arrivano prontamente, liberando Michele che ancora respira. La corsa disperata verso l’ospedale di Venezia per provare a salvarlo è però inutile. Michele debilitato nel fisico e nello spirito non riesce a sopravvivere.
E’ il capolinea. Giù il sipario. Sogni, speranze, sofferenze. The End.
Probabilmente la vita di Michele Rogliani è racchiusa tutta in quell’unica foto pubblica che esiste di lui: ad una cena con Paolo Rossi e Nik Zanone, a Vicenza, tra il Presidente Giussy Farina ed il d.s. Tito Corsi.
Chi era e chi sarebbe potuto diventare.
Ora, vola libero come un gabbiano sulla Laguna Veneta, ragazzo di Cannareggio.


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